Progetto di mostra

1849 – 1871

EBREI DI ROMA TRA SEGREGAZIONE ED

EMANCIPAZIONE

(Museo Ebraico di Roma)

a cura di Francesco Leone e Giorgia Calò

10 novembre 2021 – 27 maggio 2022

  

Giuseppe Mazzini, novembre 1859:
“Roma è la vostra metropoli: Voi non potete aver Patria se non in essa e con essa: Senza Roma non v’è Italia possibile. Là sta il santuario della nazione”.

Camillo Benso conte di Cavour, 25 marzo 1861:
“Perché noi abbiamo il diritto anzi il dovere di insistere perché Roma sia riunita all’Italia? Perché senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire […] In Roma concorrono tutte le circostanze storiche, intellettuali, morali, che devono determinare le condizioni della capitale di un grande stato: Roma è la sola città d’Italia che non abbia memorie esclusivamente municipali; tutta la storia di Roma dal tempo dei Cesari ai giorno d’oggi è la storia di una città la cui importanza si estende infinitamente al di là del suo territorio, di una città, cioè destinata ad essere la capitale di un grande stato”.

Decreto Reale, 13 ottobre 1870 (Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia, Firenze, 14 ottobre 1870):
“Art. I. – In Roma e nelle provincie romane cessa ogni disuguaglianza tra cittadini in quanto riguarda il godimento e l’esercizio dei diritti civili e politici, e la capacità ai pubblici uffici, qualunque sia il culto che professano”.

Il Risorgimento fu un’eccezionale occasione per le comunità ebraiche italiane di contribuire in modo concreto al processo di unificazione. Da un lato si desiderava rivendicare la piena italianità degli ebrei della penisola; dall’altro si intendeva dimostrare che la diversa fede religiosa degli ebrei poteva fondersi senza contraddizioni con la nuova religione civile del culto della Nazione propugnata dal grande vate Giuseppe Mazzini.
Mazzini del resto trovò la sua più grande protettrice e finanziatrice in Sara Levi Nathan; filantropa, patriota italiana, membro di spicco del Partito d’Azione e madre del futuro, grande sindaco di Roma capitale Ernesto Nathan. Con lei Mazzini instaurò un intenso scambio intellettuale durato per moltissimi anni.
Grazie alla filosofia politica di Mazzini, nelle menti pensanti del Risorgimento italiano il tema della libertà dell’antico popolo d’Israele era venuto ad allinearsi con quello del popolo italiano oppresso dai tiranni stranieri. Questa associazione di matrice mazziniana ebbe un’incredibile consacrazione il 9 marzo del 1842, quando al Teatro alla Scala di Milano andò in scena il Nabucodonosor, poi noto con il Nabucco, di un ancora poco conosciuto Giuseppe Verdi, su libretto di Temistocle Solera. Nelle vicende dell’antico popolo d’Israele si adombrarono, dunque, in termini identitari le istanze civili dell’Italia moderna proiettando idealmente, ma anche concretamente, la storia degli ebrei italiani nelle sorti della nazione vagheggiata.
Il ruolo decisivo giocato dagli ebrei italiani nelle vicende del Risorgimento ebbe una prima consacrazione nelle Leggi sull’Emancipazione che Vittorio Emanuele II proclamò il 29 marzo 1848 nel Regno di Sardegna. Successivamente estese a tutto il Regno d’ Italia, quelle leggi che decretarono la parità dei culti avviarono una storia nazionale di emancipazione e dignità che in qualche modo era in controtendenza, per il suo spirito unitario democratico, rispetto agli altri Stati europei, come la Francia e la Germania, dove stavano invece nascendo sentimenti sempre più antisemiti (si pensi, ad esempio, al processo al capitano Dreyfus).
L’elezione al soglio pontificio di Pio IX nel 1846, le aperture “democratiche” che il pontefice sembrò alimentare intorno al 1848 e poi le vicende tragiche ma gloriose della Repubblica Romana fecero sperare nella piena integrazione anche gli ebrei romani, discendenti della più antica comunità ebraica europea e ancora incredibilmente segretati nell’antico ghetto istituito da papa Paolo IV il 12 luglio del 1555. Il 17 aprile 1848 Pio IX fece abbattere il muro che circondava il ghetto. La Repubblica Romana del 1849 abolì la segregazione e decretò l’emancipazione degli ebrei. Ma, caduta la Repubblica, fu lo stesso Pio IX ad obbligare gli ebrei a rientrare nel ghetto, anche se privo di mura e porte.
Il disagio e le ingiustizie a cui erano sottoposti gli ebrei romani divennero ancor più inaccettabili dopo l’Unità d’Italia, mentre Cavour e Mazzini proclamavano l’assoluta, imprescindibile necessità di dover concludere il processo di unificazione con l’annessione di Roma. La disfatta di Mentana del 3 novembre del 1867 e lo scontro di Villa Glori del 23 ottobre dello stesso anno, in cui perse la vita l’eroe Giovanni Cairoli, cantato anche da Carducci in uno dei componimenti Giambi ed Epodi, furono gli antefatti della presa di Roma del 20 settembre 1870 e della sua successiva proclamazione, il 3 febbraio del 1871, a capitale d’Italia, che diede finalmente la libertà anche agli ebrei di Roma. Toccò al capitano ebreo Giacomo Segre ordinare la prima cannonata sulle mura di Porta Pia. “Basta, Roma è nostra”, scrisse alla fidanzata Annetta il giorno dopo la battaglia.

Sul piano culturale, tra gli ebrei italiani e Giuseppe Mazzini, ci fu un vero e proprio scambio intellettuale durante gli anni più intensi del Risorgimento, tra le repubbliche del 1848/49 e la proclamazione di Roma Capitale. Nell’idea della nazione italiana unita, propugnata in termini alti, democratici e inclusivi da Mazzini, gli ebrei potevano trovare riaffermata in chiave moderna la necessità mai sedata di una patria in cui identificarsi e in cui, finalmente al di fuori della segregazione dei ghetti, vedere definitivamente e pienamente affermati diritti civili e politici. Dal canto suo Mazzini, anche stimolato dall’intenso travaso di idee avuto con Sarina Nathan, si ispirò profondamente alle Sacre Scritture per maturare una concezione epica, “popolare”, nazionale e partecipata del Risorgimento italiano. Il famosissimo slogan mazziniano “Dio e Popolo” è il segno di una meditata lettura in qualche modo risorgimentale della Bibbia.
Ma, come è noto, all’unificazione nazionale gli ebrei italiani concorsero non soltanto sul versante delle idee e sul piano culturale ma anche con la partecipazione concreta alle battaglie e alle sanguinose lotte che condussero all’Unità.

Il percorso espositivo si baserà all’incirca su 70 opere, tra dipinti, sculture, disegni, incisioni, manoscritti, fotografie, e sarà così strutturato:
all’inizio sarà rievocata la vicenda del Nabucco di Verdi, con un busto del grande compositore modellato da Vincenzo Gemito. Uno studio di Silvestro Lega per Gli ultimi momenti di Giuseppe Mazzini e un ritratto postumo di Sara Nathan Levi di Annie Nathan metteranno in scena l’intenso sodalizio intellettuale che legò Mazzini alla Nathan.

Attraverso l’esposizione di alcuni dipinti di pittori-soldato ebrei (Vito D’Ancona, Serafino De Tivoli, Alberto Issel e Raffaele Pontremoli), e grazie al racconto delle loro storie personali, si potrà ricostruire il concorso concreto degli ebrei al Risorgimento italiano che coincise con l’emancipazione, ossia il riconoscimento dei pieni diritti civili e della libertà di culto alla minoranza israelitica, dimostrando come la partecipazione ai moti risorgimentali e il desiderio di affrancamento siano state le due facce di una stessa medaglia.
Insieme ad alcune opere dei pittori-soldato ebrei saranno esposti in mostra alcuni capolavori dell’arte italiana dell’Ottocento (Caffi, Induno, Fattori) che rievocheranno in termini spettacolari e avvincenti le battaglie e le sanguinose vicende che condussero alla presa di Roma e alla sua proclamazione a Capitale d’Italia.

Infine una sezione sarà dedicata alla documentazione delle vicende di alcuni volontari e soldati ebrei che hanno partecipano attivamente all’Unità d’Italia, e in particolare alla breccia di Porta Pia: da Giacomo Segre ad alcune particolari figure come Isacco Artom, segretario personale di Cavour nel periodo decisivo dell’unificazione.