Piero Sadun, pittore ebreo toscano, nasce a Siena nel 1919.
Il padre Giacomo, è un rappresentante di commercio nel settore alimentare, iscritto al P.N.F a partire dal 1932, volontario nel primo conflitto mondiale, insignito della Croce al merito di guerra.
A metà degli anni ’20, la famiglia Sadun, acquista una proprietà nella campagna alle porte di Siena, lungo la strada di Vignano dove verrà costruita la casa detta “il Vallone”, poco distante dalla villa di famiglia di Cesare Brandi.
Piero si trasferirà stabilmente a Roma dopo la guerra, nel 1945, ma Siena resterà la città della sua vocazione artistica e delle intense amicizie che lo accompagneranno per tutta la vita e ne alimenteranno la formazione, come quella con Mario Verdone.
Nell’estate del 1938, con il promulgamento delle leggi razziali gli studenti ebrei vengono espulsi dalle scuole di ogni ordine e grado; Piero Sadun, iscritto all’ultimo anno di liceo è obbligato a finire l’anno preparandosi privatamente all’esame di maturità.
Nell’impossibilità di proseguire gli studi artistici in ambito accademico, trascorre un periodo di formazione a Firenze: viene inizialmente accolto nello studio di Conti ma presto interromperà il rapporto con l’artista, che lo allontana in quanto ebreo. Continuerà poi il suo apprendistato con il pittore Memo Vagaggini, tuttavia a causa delle leggi razziali è interdetto dalle attività pubbliche ed escluso dalle mostre promosse a Siena.
A partire dal 1939 Sadun con la sua famiglia entra in contatto con Mario Bracci, docente di diritto amministrativo e unico professore dell’università di Siena a non essere iscritto al partito Nazionale Fascista;
Con Sadun, Bracci istaura un rapporto di “committente” e decide di sostenere la sua produzione artistica in piena campagna razziale, tanto da affidargli la decorazione ad affresco di alcune sale della fattoria di Pontignano, prima occasione per l’artista senese di misurarsi con il tema dell’affresco.
A partire dal 1940, e fino alla fine della guerra, tutte le opere di Sadun saranno firmate con lo pseudonimo T. Duna.
Piero è a Siena quando dopo l’8 settembre del 1943 per gli ebrei italiani si compie il passaggio “dal periodo della persecuzione dei diritti a quello della persecuzione delle vite” e per lui e i componenti della sua famiglia comincia il drammatico inverno del 1943-44 che sconvolgerà le loro esistenza.
A Pontignano rimane fino al ‘43 quando anche a Siena avviene il rastrellamento e la deportazione degli ebrei ad opera dei fascisti repubblichini, coadiuvati dai tedeschi.
La famiglia è già divisa dalla fine del mese di ottobre, supportata dall’aiuto di don Luigi Rosadini, parroco della curia di Vignano.
I mesi che seguono la sua fuga da Siena, trascorsi perlopiù nascosto a Castiglion Fiorentino, sono caratterizzati da angoscia e forzata solitudine.
Una intensa corrispondenza con Cesare Brandi ci restituisce alcuni frammenti di quei mesi di clandestinità prima che Piero prenda parte attivamente all’esperienza partigiana.

Dopo l’8 settembre, infatti, Sadun matura la scelta di unirsi ai partigiani e, a partire dal 1 marzo 1944, viene inquadrato nel 2 Battaglione ”Favalto” della XXIII Brigata Pio Borri.

A partire dai primi di marzo del 1944 Piero è a Marzana, sull’alta val Tiberina, in un ospedale che cura i partigiani feriti, riconvertito poi in campo di concentramento dei prigionieri tedeschi e fascisti catturati nelle operazioni di guerra.

Sadun ha la responsabilità del campo assieme al Dott. Gottschalk, medico ebreo e sua moglie Irene Rocca segretaria e infermiera.

I tre mesi che Piero trascorre in montagna fino alla liberazione nel luglio del ‘44 lo vedono testimone di morte e destini atroci, tuttavia, continua a difendere, anche nel trattamento riservato ai prigionieri tedeschi e fascisti, la dignità e il rispetto dovuti a ogni essere umano.

Gli eventi drammatici che coinvolgono la sua famiglia e lui stesso in quanto ebrei segnano una svolta nella sua produzione pittorica, che si lega indissolubilmente alle vicende esistenziali.